Tuesday, 17 April 2012

saturnine

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Ero giunto a Navelli seguendo la scia delle nuvole, in cerca di prati fioriti di zafferano. I giorni primaverili di fine Marzo mi avevano però tratto in inganno, così che arrivato presso la piana, e poi addentrandomi nel villaggio, quello che ho trovato è stato soprattutto silenzio. Silenzio rotto soltanto dal sibilo del vento, e da qualche cane che mi abbaiava contro sospettoso, per tenere al riparo chissà quale segreto dallo sguardo curioso di uno straniero.
Navelli è il tipico borgo delle montagne abruzzesi, fatto di vicoli stretti e ventosi, e scalinate in pietra che si aggrovigliano, senza un'apparente logica. E come ogni borgo montano abruzzese, durante un Lunedi di Pasqua può apparire come un villaggio addormentato da secoli.

Osservo le donne anziane che siedono nei pressi della fontana. Le rughe che attraversano i loro volti, ne sono certo, sono i solchi di un disco in vinile, dimenticato nel polveroso scantinato della memoria. E vorrei passarvi una puntina attraverso, per poter ascoltare le innumerevoli storie di gente comune, per sempre impresse sulla loro pelle.


I had arrived in Navelli following the cloud trail, in search for meadows with saffron flowers in bloom. Late March's spring days had failed me though, and when I arrived in the plain facing the mountains, and afterwards in the village, all I found was silence. Silence, broken just by the wind whistling, and suspicious dogs barking at me, to keep the eyes of a curious stranger away from some ancient secret.
Navelli is the typical village of the Abruzzo mountains, made of narrow and silent pathways and stone stairways unwinding without any appearent logic. And like any such mountain villages in Abruzzo, it looks as if asleep from centuries, during an Easter Monday. 

I stare at the old women sitting by the fountain. The wrinkles running through their faces, I'm sure, are the grooves of an old vynil, lost in some dusty basement of their memory. And I wish I could run a needle through those grooves, and listen to the many story of common people, forever engraved in their skin.





Monday, 19 March 2012

mefloquine ballads

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Quando partii per il Senegal, erano alcune settimane che soffrivo di dolori di testa psicosomatici. Ne riconoscevo la natura, ma non riuscivo a liberarmene. Ma sapevo anche che il viaggio li avrebbe portati via, così come la risacca trascina i detriti dentro il ventre del mare. E fu proprio così, giunto in Africa, i miei dolori li barattai con le allucinazioni ipnagogiche indottte dalla meflochina. Tanto meglio.
I buoni propositi, quando si torna a casa, vengono facilmente riassorbiti. Ma qualcuno, giorni fa, mi ha detto che se è l'Africa che cerchi, allora vai in Africa. Ma non cercarla altrove. E ricordati che sei tornato portandoti un pezzo di Africa dentro di te, e ora è parte di te per sempre.

When I set off for Senegal, it had been a few weeks that I'd been suffering from psychosomatic headaches. I knew where they came from, and yet I couldn't get rid of them. But I also new that the journey would banish them, like the backwash that drags the debris into the belly of the sea. And that's the way it was, once in Africa, I traded my pain with mefloquine induced hypnagogic allucinations. So much the better.
Good intentions, once you're back home, are so easily resorbed. But somebody, a few days ago, told me if it's Africa that you're looking for, then you better go to Africa. But quit looking for it elsewhere. And remember you came back bringing a piece of Africa inside, which is now part of yourself for good.



Thursday, 8 March 2012

a decay of oceanic crossroads

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Avrei voluto scrivere del rapporto tra africani ed europei in termini di retaggi coloniali, di cortesia reciproca che in qualche modo cela un sottofondo di incomunicabilità. Di aspettative e di pretese che nascono dall'incontro di culture tanto diverse.
Poi invece mi capita tra le mani questa foto. E mi rendo conto che la foto più bella del mio soggiorno africano, come spesso accade, è stata praticamente frutto del caso. Sonnecchiavo sui sedili posteriori dell'auto, ormai appagato da una settimana di scatti, quando volgendo un attimo lo sguardo al di fuori del finestrino scorgo questa scolaresca mista. L'unica in cui mi sono imbattuto durante tutto il viaggio. Per non rischiare di perdere la scena, improvviso uno scatto da dietro il finestrino con la compatta. E, per una volta, mando al diavolo la tecnica.
Durante tutto il viaggio, e anche dopo, mi sono spesso chiesto come poter essere uno di loro, senza sentirmi un ricco e fortunato e curioso europeo.
Ecco, forse è così che si fa, ritornando bambini. 

I would have written about the relationship between africans and europeans in terms of the colonial legacy, of reciprocal courtesy, which somehow hides, in the background, some sort of communication disease. A background made of expectetions and claims, deriving from such different cultures crossing one another.
But then I came across this photo. And I realize that the best photo of my african stay, as often happens in photography, was practically shot by chance. I was lazing in the backseat of the car, happy enough of a week of shooting photos, when I looked outside the window and noticed this mixed group of schoolchildren. The only mixed class I came across during the whole trip. Afraid of missing the scene, I improvised a shot from behind the window, using my point and shoot camera. And for once I thought technique could as well go to hell.
During my whole stay, and even afterwards, I've been wondering how to be one of them, without the need of feeling like a rich and lucky and curious european man. 
Turning back to a child, this is maybe how you do it.

Saturday, 18 February 2012

one last shot of dopamine to stay unscathed

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The morning breeze. Twilight by the ocean. The waning moon. Students excercising at dawn. Students walking down the university alleyways. Asako-chan walking on her own. The colours of the medina, and the smells coming from the market downtown. My african clothes. People smiling at you, people cheating you. People begging you. People.
That I had in mind when we first left Dakar, heading to the North. That was what I wanted to remember. But something had changed when we went back, that last day. The empty streets in the university. Restaurants shut down. Police patrolling. I didn't take it too seriously when somebody had warned us before we left Dakar. I didn't believe it would come to this. For people seemed just so happy living their own lives.
I was wrong. The demonstrations degenerated. People died after the clashes with the police.
My only relief was I knew the Italian media were too focussed on bullshit, the bloody ship plunging to the bottom of the sea, people freaking out because it was winter and, yes, it was being cold and snowing...so at least I knew my family and friends wouldn't know anything and get worried about me.
A few days to the presidential elections in Senegal, and the demonstrations and violence go on. I didn't believe it would happen here, the state of the poet president. Rise up, Senegalese people...  

La brezza mattutina. Il crepuscolo sull'oceano. La luna calante. Studenti che si allenano all'alba. Studenti che inondano i viali dell'università. Asako-chan che cammina solitaria. I colori della medina, e gli odori provenienti dal mercato. Il mio vestito africano. Gente che sorride, gente che prova ad imbrogliarti. Gente che ti supplica. Persone. 
Questo avevo in mente la prima volta che abbiamo lasciato Dakar, diretti verso nord. Queste sono le cose che volevo ricordare. Ma qualcosa era cambiato quando tornammo, quell'ultimo giorno. I viali dell'università deserti. Ristoranti chiusi. Pattugliamenti della polizia. Quando ci avevano avvertiti, prima che partissimo da Dakar, non avevo preso la cosa troppo sul serio. Non immaginavo si sarebbe giunti a ciò. Perché le persone mi sembravano così felici e prese dal vivere le proprie vite. 
Mi sbagliavo. Le proteste erano degenerate. Delle persone erano morte in seguito a scontri con la polizia. 
Il mio unico sollievo era la sicurezza che i media italiani erano troppo presi da stronzate per dare la notizia, con la loro nave del cazzo sul punto di precipitare verso il fondo del mare, e la gente sconvolta perché era inverno e faceva freddo e nevicava...e così almeno ero certo che i miei familiari e amici non avrebbero saputo e non si sarebbero preoccupati per me. 
Ad oggi mancano pochi giorni alle elezioni presidenziali, e gli scontri continuano. Non credevo sarebbe successo qui, nel Paese del presidente poeta. Coraggio, popolo senegalese...

Tuesday, 14 February 2012

beautiful fragile

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L'Africa mi destabilizza ad ogni visita. Mi lascia sopraffatto da sentimenti contrastanti, spreme la mia fragilità emotiva. E anche per questo, ogni volta vado via con un profondo senso di gratitudine. Per quanto possano ferire, non ho mai saputo rinunciare a farmi scuotere dalle emozioni. Ogni emozione repressa è persa per sempre, e non si avrà una seconda possibilità di viverla.
Non c'è barriera linguistica che regga alle espressioni di gioia, sorpresa, paura, curiosità, offertemi in quei pochi giorni. Le parole diventano superflue, quando senti che conta solo ciò che si è. E quello che siamo sono le nostre azioni, non le nostre parole, a determinarlo.


Africa makes me feel unsteady each time. It leaves me overwhelmed with mixed feelings, and squeezes my emotional fragility out. And this is also why I leave with a feeling of gratitude each time. Despite they can hurt, I've never been able to give up being shaken by emotions. Each repressed emotion is lost for good, and there'll be no second chance to live it again.
There's no linguistic barrier that can stop the expressions of joy, surprise, fear, curiosity, offered to me during those few days. Words become unnecessary, when you can feel that what you are is what really matters. And what we are is determined by what we do, not by what we say.