Monday, 19 March 2012

mefloquine ballads

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Quando partii per il Senegal, erano alcune settimane che soffrivo di dolori di testa psicosomatici. Ne riconoscevo la natura, ma non riuscivo a liberarmene. Ma sapevo anche che il viaggio li avrebbe portati via, così come la risacca trascina i detriti dentro il ventre del mare. E fu proprio così, giunto in Africa, i miei dolori li barattai con le allucinazioni ipnagogiche indottte dalla meflochina. Tanto meglio.
I buoni propositi, quando si torna a casa, vengono facilmente riassorbiti. Ma qualcuno, giorni fa, mi ha detto che se è l'Africa che cerchi, allora vai in Africa. Ma non cercarla altrove. E ricordati che sei tornato portandoti un pezzo di Africa dentro di te, e ora è parte di te per sempre.

When I set off for Senegal, it had been a few weeks that I'd been suffering from psychosomatic headaches. I knew where they came from, and yet I couldn't get rid of them. But I also new that the journey would banish them, like the backwash that drags the debris into the belly of the sea. And that's the way it was, once in Africa, I traded my pain with mefloquine induced hypnagogic allucinations. So much the better.
Good intentions, once you're back home, are so easily resorbed. But somebody, a few days ago, told me if it's Africa that you're looking for, then you better go to Africa. But quit looking for it elsewhere. And remember you came back bringing a piece of Africa inside, which is now part of yourself for good.



Thursday, 8 March 2012

a decay of oceanic crossroads

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Avrei voluto scrivere del rapporto tra africani ed europei in termini di retaggi coloniali, di cortesia reciproca che in qualche modo cela un sottofondo di incomunicabilità. Di aspettative e di pretese che nascono dall'incontro di culture tanto diverse.
Poi invece mi capita tra le mani questa foto. E mi rendo conto che la foto più bella del mio soggiorno africano, come spesso accade, è stata praticamente frutto del caso. Sonnecchiavo sui sedili posteriori dell'auto, ormai appagato da una settimana di scatti, quando volgendo un attimo lo sguardo al di fuori del finestrino scorgo questa scolaresca mista. L'unica in cui mi sono imbattuto durante tutto il viaggio. Per non rischiare di perdere la scena, improvviso uno scatto da dietro il finestrino con la compatta. E, per una volta, mando al diavolo la tecnica.
Durante tutto il viaggio, e anche dopo, mi sono spesso chiesto come poter essere uno di loro, senza sentirmi un ricco e fortunato e curioso europeo.
Ecco, forse è così che si fa, ritornando bambini. 

I would have written about the relationship between africans and europeans in terms of the colonial legacy, of reciprocal courtesy, which somehow hides, in the background, some sort of communication disease. A background made of expectetions and claims, deriving from such different cultures crossing one another.
But then I came across this photo. And I realize that the best photo of my african stay, as often happens in photography, was practically shot by chance. I was lazing in the backseat of the car, happy enough of a week of shooting photos, when I looked outside the window and noticed this mixed group of schoolchildren. The only mixed class I came across during the whole trip. Afraid of missing the scene, I improvised a shot from behind the window, using my point and shoot camera. And for once I thought technique could as well go to hell.
During my whole stay, and even afterwards, I've been wondering how to be one of them, without the need of feeling like a rich and lucky and curious european man. 
Turning back to a child, this is maybe how you do it.